[giorgionova]
>i barbugliamenti del nomefinto<
 



martedì, luglio 19, 2005

3.
Avrebbe preso parola Santilio per rispondere all'amico se due fatti non gli si fossero parati davanti inaggirabili, uno proprio di fronte a lui pedalante e l'altro sul ciglio della strada: una moria improvvisa di favella che più infida di un muro di nebbia gli chiuse sotto chiave e inaccessibile l'anima sua, peggio che se fosse diventato d'improvviso estraneo a se medesimo e dovesse a forza di suppliche e domande cavarne l'elemosina di una risposta e subito dopo, un poco scostato sulla destra di tale paludosa visione, nel prato brumoso e mattutino che si aprì ai loro sensi al limite d'un brutto muro che avevano costeggiato finora, il vociare d'una piccola schiera di ragazzini che, disposte le cartelle di scuola in punti studiati, s'industriavano in corse e fughe e scontri intorno al piccolo totem rotolante che li teneva in affannata signoria. Catturati dalla vociante visione, dimentichi l'uno di dar di pedale l'altro di dar voce alle lamentazioni sull'incerto destino come se quello d'altrui fosse più certo, si ritrovarono così fermi al ciglio della carrozzabile dopo il leggero stridore polveroso che fanno le allampanate ruote di bicicletta quando si vanno fermando sulla ghiaia minuta ai bordi dell'asfaltato. Fermi lì, Santilio posò le zampe da equilibrista, si sollevò sulla schiena e mandò un respiro gonfio di vapore, aggiustandosi il pesante pellame giacconato a coprire i brividi gelidi che d'improvviso il sudore gli procurava all'osso sacro, ora che l'azione di trasporto s'era arrestata. C'era in lui qualcosa che ricordava l'ansimare dei cani da slitta, quando liberati finalmente dal giogo dell'amicizia nonché del traino, sostano tra la neve guardandosi intorno e in nessun luogo e scuotendo le membra intorpidite dalla fatica. Com'era suo costume di non curarsi di nulla quando una fonte di stupore gli si faceva sotto, Pomezio invece non moveva muscolo appeso qual era e mezzo di traverso sulla canna che gli deformava in profondità le magre carni della zampe, tale che un altro ne sarebbe subito sceso ad approfitto dell'imprevista sosta. Ma la visione, come s'è detto, era bastevole di tutta la sua attenzione e ora vedremo se anche della nostra, che pure non attraversiamo la stessa mattina gelata e povera dei due viaggiatori, ma solo l'altrettanto incerto percorso nei solchi della pagina bianca che, un istante dietro l'altro, riempiamo e facciamo piegata a ricciolo da una fila di minuti discendenti neri in riga dietro a una madre capobranco che s'è data.

(segue)

postato da: b.georg | 16:50 | commenti

martedì, febbraio 15, 2005

Pomezio


I.
Di come il buon Pomezio, di animo nobile ma tartassato dalla sfortuna, architetta un piano per sfuggire a un destino ingrato

1.

"Il cielo, l’azzurro cielo trasparente e puro, dove forme perfette e nubi che non minacciano mai pioggia si muovono di lenta armonia. E’ questo il premio che arride a chi faccia del foglio un campo di pensieri odorosi e della scrittura una scala a ricciolo verso l’infinito. Un’ascensione. Ma se la salita è già così dura e faticosa per chi ne abbia del talento, partendo egli da un piolo o due al di sopra del suolo su cui trottano insetti e melma, che destino sciagurato per chi debba dalle profondità buie risalire e penare solo per veder la luce?".
Così masticava Pomezio amari pensieri, mentre nel mattino brumoso arrampicava il suo esile fondoschiena per i gradini freddi che dal seminterrato, sua dimora da molti mesi, lo riportavano alla superficie, nel cortile disadorno di via Contini 12, caseggiato non meglio articolato e privo di ogni bellezza manifesta.
Al portone, in cima alla rampa di cemento per gli automezzi, appoggiato allo spigolo del muro e stretto nel suo giaccone da tramviere, le zampe sollevate da terra e il deretano sul sellino della bicicletta, lo attendeva Santilio, l’amico fedele, o così si dovrebbe dire se l’espressione non fosse abusata assai e canina oltremodo e quasi d’insulto per un bipede, per quanto da terra ammezzato e pure ciclodotato.
Costui, Santilio, se ne stava a quell’angolo di muro da una buona mezz’ora e già aveva familiarizzato a sufficienza con un paio di piastrelle, di quelle verdognole che usavano una volta sistemare sulle pareti esterne dei casotti, forse a simulare magnificenza, in realtà a palesare vaga e latrinesca memoria; di queste una recava una strana bolla nel mezzo che a Santilio, non privo di una vivace anche se inconclusa fantasmagoria di mente, ricordava il volto irsuto di un suo vecchio quadrupede, un canide appunto che da diverso tempo, quanto non è dato sapere, era passato se non a miglior vita, a certa morte. Nell’attesa, chè Santilio sempre giungeva con piene mezz’ore di anticipo pur di uscire rapido dalla sua dimora, egli osservava da molto vicino, e la macchia piastrellata e l’antica calce circostante tra le piastrelle, compresa di tracce di mozziconi che nemmeno un buon segugio (ma non si parla d’altro che di cani su questa pagina?), che nemmeno un buon segugio avrebbe identificato di marca e di pacchetto. Il muso del cane trapassato e ricomparso in epifanica e miracolosa effige sulla piastrella di rinforzo lo salutava, e a lui, povero Santilio, nella pallida mattinata dicembrina e desolata dei capannoni, pareva quasi di essere a casa. Ancora di più si stringeva nel suo giaccone spingendo il mento nel bavero, aspirando il proprio odore corporale di bestia accovacciata, perdendo lo sguardo e persino il comprendonio nelle scanalature e nella materia incerta su cui poggiava sognante il capo. L'avreste detto Santilio, o una creatura perduta, senza nome?
Pomezio non aveva lena, purtroppo o per fortuna, per tali svagatezze spirituali, ben diversamente incatenato ai miasmi densi della frustrazione, e il nome dell'amico l'aveva ben fisso in mente, così che, vedutolo spuntare a mezzo dallo spigolo murario là in alto, lo riconobbe senza alcuno sforzo e ricondottolo alla sempiterna forma incarnata che per lui aveva nome Santilio, così e senza sospetto lo pronunciò tra sé e sé medesimo.
"Santilio, onest'uomo che non sei altro!" constatò rassegnato a mezza bocca, mentre la figura trampolata dell'amico in controluce si faceva conferma quasi raggelata dei suoi timori da sottosuolo: proprio questa che si parava davanti a lui ad ogni sorgere di luce era, benché trascolorante, la grama consuetudine che si trovava a scalare ancora, o altrimenti detto più bassamente, la sua dura giornata. E in quell'attimo, sorpreso da superiore fato o disegno, fu come divagato di mille anni in un secondo.
D'improvviso il suo volto si fece pallido oltremisura.
Guardava verso il cielo, immobile, le braccia ciondoloni, le labbra appena aperte. Sussurrava qualcosa. Chi l'avesse osservato con attenzione, sapendo cosa vedervi, vi avrebbe scorto in trasparenza ombre umane muovere le mani. Forse accostando l'orecchio alla sua cera se ne potevano scorgere le voci. Pareva, messo lì in mezzo, la comparsa secondaria di un gruppo scultoreo che, troppo sgraziata anche per l'artista, questi avesse abbandonata nottetempo nel cortile, a due passi dall'immondizia bidonata. E così stette, per lunghissimi secondi.
Santilio, che ben conosceva il suo sfortunato amico, del resto non più avvezzo alle sventure di quanto lui stesso non fosse, attese con pazienza che quello strano ma a lui ben noto fenomeno svaporasse dal volto di Pomezio, lasciandolo come straniero in un crocevia affollato, vagamente sperduto, disatteso dal mondo, che pareva averlo scordato in qualche sosta precedente. E come ogni altra volta Pomezio, basito un istante, tosto si riaveva e rassegnato rientrava nel proprio corpo come in un vestito messo a stendere all’umido. Anch’egli si conosceva, per quanto un uomo possa conoscere se stesso, il che non si dà mai se non di sorpresa o di caso, quasi di sottecchi e per frainteso fortunato, e sopportava con pazienza che quel suo dono lo trattasse come un bimbo geloso tratta il suo gioco. Mise un passo dopo l’altro, il che si pare la sostanza dell’umano esistere nel mondo, e risalì piegandosi ammodo la ripida rampa cementizia, nel farsi con ciò vicino all’amico fraterno.

2.
Difficile, sotto un cielo che ci appare come una distesa di bianco metallo, immaginare spettacolo più svagato di una bicicletta ciondolante dietro i colpi di gamba mai leggeri di chi debba portare un suo simile appollaiato sulla canna, per quanto non di solido peso e digiunante di parecchio, vuoi per fiera ristrettezza vuoi perché nutrito della sostanza impalpabile dei sogni che fin troppo portano l’animo lontano, ma non altrettanto sorreggono il corpo. Così Pomezio se ne stava stretto e scomodo assai tra le gambe di Santilio, senza che nessuno dei due ne facesse parola anzi, ognuno assorto o meglio si direbbe perduto dietro il filo dei pensieri, che la mano della sorte arrotolava. Attorno a loro, poveri cavalieri del trespolo a ruote, stavano sgraziati e mal distribuiti sulla superficie della terra, o meglio gettati alla rinfusa, a casaccio, e così li avrebbe detti chiunque senza scorgere piani o intenzioni, i caseggiati grandi e piccoli, e i larghi capannoni dai tetti ondulati che fumavano costipati l’aria malsana della mattina.
"E dunque - interruppe Santilio il nulla semovente - il sognatore lieto scorda al mattino il vapore delle sue fantasie. Esse l'hanno posseduto fuori dalla sua volontà, ma né più ricco né miserabile l'hanno abbandonato sulla riva del giorno".
"E allora io non son lieto!" di rimando Pomezio, che aveva l'animo ancora appesantito e mal sopportava, quasi sempre pentendosene, i manierati ricami dell'amico. "Abbi pazienza - ecco affacciarsi il pentimento - ma certe volte mi chiedo cos'abbia avuto in serbo la sorte per me prima di dimenticarsene così evidentemente, lasciandomi per le mani uno strumento di cui non so che fare".
Non aggiunse altro. Santilio attese che la nebbia del malinteso sparisse di tra loro e in ciò l'aiutarono un paio di buche nel pavimentato in cui la ruota del biciclo si infilò con entusiasmo fin sospetto, rischiando di farli ruzzolare a terra o, per bene che fosse andata, giù nei campi. Ripreso a fatica il controllo del pedale imbizzarrito, che le quattro mani manubriate non rendevano più docile che se non ce ne fosse stata alcuna, egli ripassava a mente le fonti di consolazione che addolciscono il fiele dell'avventura umana, ma nessuna gli parve consona da proporre come un buon amico dovrebbe pure saper fare. Che fosse la fatica del biciclo a confondergli le ragioni, o la debolezza manifesta di ognuna d'esse, si ritrovò di nuovo muto di fronte allo scontento di Pomezio, come chi non sappia, in una giornata di pioggia, dimostrare che un giorno c'è pur stato il sereno.
Pomezio stesso venne a trarlo d'impaccio.
"Insomma - si trasse dal silenzio - ci sarà un motivo se proprio a me, che nessuna fortuna ho mai avuto amica, debba capitare questo dono che non è un dono, ma un peso. A che sono destinato? Che c'entran codesti sogni ad occhi aperti con il mio scantinato, con questa mezza campagna e mezza città fetente assai, con la mia stessa piuttosto ignobile persona? Non mi porrei domande, Santilio, se la ramazza fosse il mio solo pennello e lo sterminato pavimento della vita il mio orizzonte da nettare. Ci sono avvezzo, non mi chiedevo niente, prima. Stavo su questa terra come un sasso, o un alto e fatiscente muro al sole che cala. Son venuto su come una pianta selvatica, lo sai bene, compagno mio. Forse che ci facevamo scrupolo di rosicchiare il maltolto, da ragazzi? Non siamo mai stati inclini alla metafisica, noialtri. Ma ora, domandare è diventato un vestito che mi calo addosso ogni mattino. Ciò che vedo in sogno m'è sconosciuto, eppure io da esso apprendo, e più apprendo, meno mi consolo. E gli spazi ogni giorno mi paion più vasti, senza fine, come senza fine mi pare il sorvolo del sapere che come uccello li deve vedere tutti per trovare riposo. Ogni giorno attesa ma ogni volta improvvisa, mi s'apre una falla sconfinata nella mia povera mente ed è come se tutto colasse fuori, e quella luce di sole obliquo e terminale mi separasse la calotta. Io le soggiaccio, Santilio, non la temo, ma di stesso mi chiedo: che mi accade?".


(segue)

postato da: b.georg | 16:01 | commenti (4)

venerdì, settembre 03, 2004

Il volto andino rimane immobile
la scriminatura è un indizio sufficiente.
Le due ragazze animate da sentimenti
in lotta. Le madri,
i ragazzi. Chiudo gli occhi.
Rumore bianco.
Solo le cose che sono
ognuna singolarmente presa.
Il mio corpo lanciato, proiettato
silenzioso.
Decisa rinuncia.

postato da: b.georg | 12:49 | commenti (3)

venerdì, marzo 26, 2004

Stamattina ho sognato che un cane
azzannava un piccione, non per cattiveria
suppongo, per distrazione
quel fragore d'ali intorno al capo
l'aveva infastidito.
Quello, piombato sul selciato,
correva intorno, agitava il moncherino
poi tra l'erba di un verde feroce col becco
ne strappava pezzetti, ossa
lo sguardo impassibile a un dolore
che supponevi dai gesti.
L'ala piumata giaceva tutta aperta, vicina.

Passando stamattina il rosa
dei peschi in fiore era un errore
sotto la ferraglia disattenta.
















postato da: b.georg | 09:18 | commenti (7)

lunedì, marzo 15, 2004

Credono di dire la verità
quel fantasma armato che riempie
la teca del cranio, e intanto il grano
l'errore sulla lingua rotola
si avvolge in spire di muco vischiose
e di sputo nell'opale bianco, disteso,
e sulla pianura lattiginosa
lentamente inesorabile rivela
la sua perlacea essenza
di scoria ben fatta










postato da: b.georg | 23:54 | commenti (4)

Seratina all’Hide Park Corner

Ci sono cose importantissime
che andranno perdute, nel mio piccolo
le dissolute ortensie lasciate morire
d’inedia sul balcone
le avventatezze da more in media
rimaste insolute, esacerbate
ah le calzette spaiate, variegate
a seguire sulle grandinate
l’interminata pioggerella di pensieri
mai pensati ma che avrebbe voluti
anche subaffittati, le volubili
fermezze, le indecisioni prese a maggioranza
la pietanza pelosa che non sazia
l’orgogliosa pulzella
(uh se la bella rista altrove
la mia lingua si muore)
se ci pensi che mestizia
di noi non resta traccia come piantine
sotto la mia doccia.
Non sono più di moda i titoli di coda?






















postato da: b.georg | 00:22 | commenti (2)

giovedì, gennaio 22, 2004

Milanes

«Insomma si lavora giusto?
ci facciamo il culo, non da soli
certo! ma si corre, si esce
a fiumana dal metrò-bestiame magari
anche sgarbati - è una vergogna
ma che fare? -
si batte il ferro finché fuma si sbuffa
si batte e si urla e si batte
pare un'orologio di uomini
e persone ma siam noi, leve e cervelli, chiaro?
e quelli
quelli, danno i nostri soldi ai vieri e alle veline
o ai conti caymanati i nostri soldi
capito?
noi non sappiamo cosa
ma qualcosa qui non va di certo
pregate che ci basti ancora
la domenica in colonna, le prealpi in foglia
la dolce collina che ci cura
quella vaghezza di cuore
il salotto, il porfido alla soglia
che non ci tocchi uscir di casa oltremisura
l'etica oscura ci conservi disattenti
e contenti
tra ragionieri mannari e padani
masanielli che di noi grati inopinati
fanno carne da macelli».


postato da: b.georg | 09:57 | commenti

sabato, dicembre 06, 2003

Buona serata o mattinata non so dire

il tuo bioritmo dove sta di casa

ma se mi incrocia nei picchi o se riposa

la rosa trova in posa

della bocca e il bacio spicca

postato da: b.georg | 19:36 | commenti

lunedì, settembre 29, 2003

La metropolitana si infila come un proiettile nella membrana più esterna della città, tra le due stazioni a cavallo del perimetro che la separa dalla sconfinata terra aperta, disarticolata e riabitata, verso l’ultimo ganglio che proietta le sue linee estroflesse all’esterno. Sui vagoni giovani manager o aspiranti tali, nei loro elegantissimi abiti neri, nei loro pantaloni fascianti, mentre sfogliano riviste patinate o ascoltano musica ritmata dai portacd, mentre osservano il nulla nero dietro i finestrini dove si specchiano le loro acconciature aggressive, mentre estraggono dalle loro borse high-tech i prospetti informativi che descrivono gli snodi direttivi di poteri codificati cui aspirano aderire come guanti di pelle nel buio. Poi gruppi di giovani balcanici, malvestiti e ridanciani, con i volti allegri delle prede, parlano e guardano e parlano. Ragazze in libera uscita a gruppi di due o tre gesticolano. Pochi anonimi e inosservati. Le impiegate giovani attardate negli uffici che arriveranno all’intersezione con le linee dei treni verso la provincia in attesa della coincidenza serale. Scendono tutti nelle ultime due stazioni. I ragazzi, dotati solo delle loro gambe si allontanano in gruppo, si disperdono nei quartieri a basso prezzo dell’ultima cintura della metropoli, sciamano, si ritrovano più in là, riemergono verso appartamenti, androni di palazzi dell’ultima periferia, bar aperti fino a tardissimo. Ma i giovani manager sono già proiettati all’esterno, velocissimi sulle loro navette, sulle loro auto accessoriate, stanno già percorrendo le nervature che si diramano dal confine verso l’esterno vasto e smisurato, volano dentro le capsule lucide sui tunnel d’aria verso il nulla abitato, verso la natura domesticata, rapidissimi e silenziosi. Tu, resto non scambiato, minoranza delle minoranze, posto del fuori posto, ostinato terzium datur, vestito né bene né male, e nemmeno a mezzo, ti sfolli verso i quartieri a poco prezzo che contengono il tuo fiato, la tua traccia originaria e scavi, nuova talpa, scavi senza sapere chi sia fratello e chi sei tu, ma scavi.

postato da: b.georg | 22:16 | commenti (20)

domenica, settembre 14, 2003

Dipende dalla disposizione dei bicchieri

nell’ansa dello scaffale

dalla sequenza dei dorsi sgualciti

dei gialli abbandonati in fila

dalla teca cristallina che conserva le salme

immacolate dei piatti sovrapposti

nella penombra, la porcellana

premurosa delle tazzine da the

 

e potresti continuare con gli oggetti

parlanti e muti, le cose solitarie

infrequentate,

che risplendono nell’abbandono e le mani

solerti che le hanno disposte

in bell’ordine, mani

svanite di cui immobile rimane

il fantasma di quest’opera interrotta

postato da: b.georg | 20:50 | commenti (3)

venerdì, settembre 12, 2003

Attieniti ai fatti

i fantasmi escono dalla tua testa

colano dallo sguardo impietrito

vanno nel mondo da soli, bambini

sperduti, inconfessati

ignari della tua testa-telecomando

 

attieniti ai fatti

attraversa lo sguardo da parte a parte

avvolgiti dentro quei sudari

emissari di una versione

edulcorata, smembrata

innocente nelle sue urla-giocattolo

 

attieniti ai fatti

scivola, frana, spiètrati dalla dolina

delle frasi attorcigliate

attraversale a capo fitto

allibito, inverato

rovesciato come un lattice-serbatoio

 

attieniti ai fatti

ma i fatti salgono a spirale

migliaia di iridescenti proiezioni

di te che si espongono

insapute, create

addolorate e sperdute nel vuoto-mondo

 

attieniti ai fatti

sei tu stesso muco carne respiro ossa

sguardo odore mani

materia aperta un istante

lacerata, sbocciata

e attraversi la terra per il Vero

 

l’Oggetto trascolorante del tuo confronto sconfinato

 

postato da: b.georg | 20:18 | commenti (4)

martedì, settembre 09, 2003

 

Sulla soglia

 

.

 

Supponevi ci fosse direzione

e che tu fossi la mira.

Altrimenti, a che

tutta quella addobbata attesa?

Ora, mentre il tiro prosegue ancora scavando

l’inerzia lentamente osservi

sfilare lontano le stazioni

e anche tu prosegui verso il non so dove.

 

..

 

Come quel movimento nella carrozza del treno

in cui si direbbe che te ne vada rapidissimo

e lontano, ma in realtà, davvero,

del tuo corpo nemmeno un’unghia si muove.

Fai vortici nell’aria per far credere

di cambiare, di sfrecciare lontano

 

…

 

Seduto per terra al centro

di una stanza vuota.

 

Se poi ne scrivi crei un vortice

un vento, un moto

che perfora e scava

un fuoco che trapassa sotto di te

un cono di luce in alto verso il cielo

insomma un’infinita verticale

di nulla dentro il nulla.


postato da: b.georg | 19:19 | commenti (4)

domenica, settembre 07, 2003

...

 

Supponevo ci fosse direzione

e ch'io fossi la mira.

Altrimenti, a che

tutta questa addobbata attesa?

Ora, mentre il tiro prosegue ancora scavando

l’inerzia lentamente osservo

sfilare lontano le stazioni

e anch'io proseguo verso il non so dove.

 

postato da: b.georg | 09:54 | commenti (5)

venerdì, settembre 05, 2003

...

 

La tua risposta cade dalla bocca come zampe

d’insetto gelate; me la inietti nella vena

e la meticolosa rete dei canali la trasporta

fino al confine, alla punta delle dita sollevate.

Là il viaggiatore sorpreso la saluta,

fiera che passeggia dietro le sbarre del corpo.

 

postato da: b.georg | 21:57 | commenti

giovedì, settembre 04, 2003

...

 

Da una lontananza d’anni

respiri ancora tutta la mia aria

mi lasci asmatico, senza fiato

 

le catene sono tra lo stomaco

e lo sterno, di materia eterna 
come una promessa precedente. 

 

La memoria fruttifica e si espande; 

ogni ricordo per gemmazione  

riempie tutto lo schermo

 

ma quando le due metà si separano

diventa un riflesso, una fitta

metodica che non può ricomporsi.  

 

Il presente tremola sulla superficie

del senza-forma, scivola intorno al grano

come spire di muco madreperlaceo: 

 

in mezzo al niente semovente

un pesce guizza e buca d’un salto

il metallo, poi ritorna nel buio.

 


postato da: b.georg | 19:00 | commenti