[giorgionova]
>i barbugliamenti del nomefinto<
 



martedì, febbraio 15, 2005

Pomezio


I.
Di come il buon Pomezio, di animo nobile ma tartassato dalla sfortuna, architetta un piano per sfuggire a un destino ingrato

1.

"Il cielo, l’azzurro cielo trasparente e puro, dove forme perfette e nubi che non minacciano mai pioggia si muovono di lenta armonia. E’ questo il premio che arride a chi faccia del foglio un campo di pensieri odorosi e della scrittura una scala a ricciolo verso l’infinito. Un’ascensione. Ma se la salita è già così dura e faticosa per chi ne abbia del talento, partendo egli da un piolo o due al di sopra del suolo su cui trottano insetti e melma, che destino sciagurato per chi debba dalle profondità buie risalire e penare solo per veder la luce?".
Così masticava Pomezio amari pensieri, mentre nel mattino brumoso arrampicava il suo esile fondoschiena per i gradini freddi che dal seminterrato, sua dimora da molti mesi, lo riportavano alla superficie, nel cortile disadorno di via Contini 12, caseggiato non meglio articolato e privo di ogni bellezza manifesta.
Al portone, in cima alla rampa di cemento per gli automezzi, appoggiato allo spigolo del muro e stretto nel suo giaccone da tramviere, le zampe sollevate da terra e il deretano sul sellino della bicicletta, lo attendeva Santilio, l’amico fedele, o così si dovrebbe dire se l’espressione non fosse abusata assai e canina oltremodo e quasi d’insulto per un bipede, per quanto da terra ammezzato e pure ciclodotato.
Costui, Santilio, se ne stava a quell’angolo di muro da una buona mezz’ora e già aveva familiarizzato a sufficienza con un paio di piastrelle, di quelle verdognole che usavano una volta sistemare sulle pareti esterne dei casotti, forse a simulare magnificenza, in realtà a palesare vaga e latrinesca memoria; di queste una recava una strana bolla nel mezzo che a Santilio, non privo di una vivace anche se inconclusa fantasmagoria di mente, ricordava il volto irsuto di un suo vecchio quadrupede, un canide appunto che da diverso tempo, quanto non è dato sapere, era passato se non a miglior vita, a certa morte. Nell’attesa, chè Santilio sempre giungeva con piene mezz’ore di anticipo pur di uscire rapido dalla sua dimora, egli osservava da molto vicino, e la macchia piastrellata e l’antica calce circostante tra le piastrelle, compresa di tracce di mozziconi che nemmeno un buon segugio (ma non si parla d’altro che di cani su questa pagina?), che nemmeno un buon segugio avrebbe identificato di marca e di pacchetto. Il muso del cane trapassato e ricomparso in epifanica e miracolosa effige sulla piastrella di rinforzo lo salutava, e a lui, povero Santilio, nella pallida mattinata dicembrina e desolata dei capannoni, pareva quasi di essere a casa. Ancora di più si stringeva nel suo giaccone spingendo il mento nel bavero, aspirando il proprio odore corporale di bestia accovacciata, perdendo lo sguardo e persino il comprendonio nelle scanalature e nella materia incerta su cui poggiava sognante il capo. L'avreste detto Santilio, o una creatura perduta, senza nome?
Pomezio non aveva lena, purtroppo o per fortuna, per tali svagatezze spirituali, ben diversamente incatenato ai miasmi densi della frustrazione, e il nome dell'amico l'aveva ben fisso in mente, così che, vedutolo spuntare a mezzo dallo spigolo murario là in alto, lo riconobbe senza alcuno sforzo e ricondottolo alla sempiterna forma incarnata che per lui aveva nome Santilio, così e senza sospetto lo pronunciò tra sé e sé medesimo.
"Santilio, onest'uomo che non sei altro!" constatò rassegnato a mezza bocca, mentre la figura trampolata dell'amico in controluce si faceva conferma quasi raggelata dei suoi timori da sottosuolo: proprio questa che si parava davanti a lui ad ogni sorgere di luce era, benché trascolorante, la grama consuetudine che si trovava a scalare ancora, o altrimenti detto più bassamente, la sua dura giornata. E in quell'attimo, sorpreso da superiore fato o disegno, fu come divagato di mille anni in un secondo.
D'improvviso il suo volto si fece pallido oltremisura.
Guardava verso il cielo, immobile, le braccia ciondoloni, le labbra appena aperte. Sussurrava qualcosa. Chi l'avesse osservato con attenzione, sapendo cosa vedervi, vi avrebbe scorto in trasparenza ombre umane muovere le mani. Forse accostando l'orecchio alla sua cera se ne potevano scorgere le voci. Pareva, messo lì in mezzo, la comparsa secondaria di un gruppo scultoreo che, troppo sgraziata anche per l'artista, questi avesse abbandonata nottetempo nel cortile, a due passi dall'immondizia bidonata. E così stette, per lunghissimi secondi.
Santilio, che ben conosceva il suo sfortunato amico, del resto non più avvezzo alle sventure di quanto lui stesso non fosse, attese con pazienza che quello strano ma a lui ben noto fenomeno svaporasse dal volto di Pomezio, lasciandolo come straniero in un crocevia affollato, vagamente sperduto, disatteso dal mondo, che pareva averlo scordato in qualche sosta precedente. E come ogni altra volta Pomezio, basito un istante, tosto si riaveva e rassegnato rientrava nel proprio corpo come in un vestito messo a stendere all’umido. Anch’egli si conosceva, per quanto un uomo possa conoscere se stesso, il che non si dà mai se non di sorpresa o di caso, quasi di sottecchi e per frainteso fortunato, e sopportava con pazienza che quel suo dono lo trattasse come un bimbo geloso tratta il suo gioco. Mise un passo dopo l’altro, il che si pare la sostanza dell’umano esistere nel mondo, e risalì piegandosi ammodo la ripida rampa cementizia, nel farsi con ciò vicino all’amico fraterno.

2.
Difficile, sotto un cielo che ci appare come una distesa di bianco metallo, immaginare spettacolo più svagato di una bicicletta ciondolante dietro i colpi di gamba mai leggeri di chi debba portare un suo simile appollaiato sulla canna, per quanto non di solido peso e digiunante di parecchio, vuoi per fiera ristrettezza vuoi perché nutrito della sostanza impalpabile dei sogni che fin troppo portano l’animo lontano, ma non altrettanto sorreggono il corpo. Così Pomezio se ne stava stretto e scomodo assai tra le gambe di Santilio, senza che nessuno dei due ne facesse parola anzi, ognuno assorto o meglio si direbbe perduto dietro il filo dei pensieri, che la mano della sorte arrotolava. Attorno a loro, poveri cavalieri del trespolo a ruote, stavano sgraziati e mal distribuiti sulla superficie della terra, o meglio gettati alla rinfusa, a casaccio, e così li avrebbe detti chiunque senza scorgere piani o intenzioni, i caseggiati grandi e piccoli, e i larghi capannoni dai tetti ondulati che fumavano costipati l’aria malsana della mattina.
"E dunque - interruppe Santilio il nulla semovente - il sognatore lieto scorda al mattino il vapore delle sue fantasie. Esse l'hanno posseduto fuori dalla sua volontà, ma né più ricco né miserabile l'hanno abbandonato sulla riva del giorno".
"E allora io non son lieto!" di rimando Pomezio, che aveva l'animo ancora appesantito e mal sopportava, quasi sempre pentendosene, i manierati ricami dell'amico. "Abbi pazienza - ecco affacciarsi il pentimento - ma certe volte mi chiedo cos'abbia avuto in serbo la sorte per me prima di dimenticarsene così evidentemente, lasciandomi per le mani uno strumento di cui non so che fare".
Non aggiunse altro. Santilio attese che la nebbia del malinteso sparisse di tra loro e in ciò l'aiutarono un paio di buche nel pavimentato in cui la ruota del biciclo si infilò con entusiasmo fin sospetto, rischiando di farli ruzzolare a terra o, per bene che fosse andata, giù nei campi. Ripreso a fatica il controllo del pedale imbizzarrito, che le quattro mani manubriate non rendevano più docile che se non ce ne fosse stata alcuna, egli ripassava a mente le fonti di consolazione che addolciscono il fiele dell'avventura umana, ma nessuna gli parve consona da proporre come un buon amico dovrebbe pure saper fare. Che fosse la fatica del biciclo a confondergli le ragioni, o la debolezza manifesta di ognuna d'esse, si ritrovò di nuovo muto di fronte allo scontento di Pomezio, come chi non sappia, in una giornata di pioggia, dimostrare che un giorno c'è pur stato il sereno.
Pomezio stesso venne a trarlo d'impaccio.
"Insomma - si trasse dal silenzio - ci sarà un motivo se proprio a me, che nessuna fortuna ho mai avuto amica, debba capitare questo dono che non è un dono, ma un peso. A che sono destinato? Che c'entran codesti sogni ad occhi aperti con il mio scantinato, con questa mezza campagna e mezza città fetente assai, con la mia stessa piuttosto ignobile persona? Non mi porrei domande, Santilio, se la ramazza fosse il mio solo pennello e lo sterminato pavimento della vita il mio orizzonte da nettare. Ci sono avvezzo, non mi chiedevo niente, prima. Stavo su questa terra come un sasso, o un alto e fatiscente muro al sole che cala. Son venuto su come una pianta selvatica, lo sai bene, compagno mio. Forse che ci facevamo scrupolo di rosicchiare il maltolto, da ragazzi? Non siamo mai stati inclini alla metafisica, noialtri. Ma ora, domandare è diventato un vestito che mi calo addosso ogni mattino. Ciò che vedo in sogno m'è sconosciuto, eppure io da esso apprendo, e più apprendo, meno mi consolo. E gli spazi ogni giorno mi paion più vasti, senza fine, come senza fine mi pare il sorvolo del sapere che come uccello li deve vedere tutti per trovare riposo. Ogni giorno attesa ma ogni volta improvvisa, mi s'apre una falla sconfinata nella mia povera mente ed è come se tutto colasse fuori, e quella luce di sole obliquo e terminale mi separasse la calotta. Io le soggiaccio, Santilio, non la temo, ma di stesso mi chiedo: che mi accade?".


(segue)

postato da: b.georg | 16:01 | commenti (4)